Racconto di Londra ’14

 

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La settimana scorsa mi ha chiamata il mio editore e mi ha detto di scrivere qualcosa su Londra, io Londra la odio e non ne ho mai capito la ragione. Così ho buttato giù dei ricordi. Londra è quel 50enne Siciliano che ti parla di Bertrand Russell e dell’Elogio dell’Ozio. Londra è la terra dell’esclusione.

Mi buttano fuori da un appartamento in un grattacielo davanti al Parlamento inglese, non avevo più i requisiti per stare lì. Quello che mi ospitava, e che avrebbe dovuto ospitarmi per i prossimi due mesi, aveva deciso che gli ero antipatica. Mi vedevo con un tipo francese e questo gli doveva dare fastidio. Lo doveva aver scoperto in quel momento e sembrava davvero incazzato. Non gli dovevo niente e lui non doveva niente a me. Così presi le mie 120 sterline, il mio zaino e me ne andai. Non avevo un telefono e dopo un secondo non avevo neanche una casa. Un mio amico estremamente saggio mi aveva detto un giorno che era dura sopravvivere in una metropoli senza né uno né l’altro, ma mi arrangiai. Il telefono lo avevo lanciato contro una parete al Carnevale di Notting Hall perchè avevo bevuto troppo mentre facevo la fila per i bagni chimici. Mi ero accorpata ad un trio di ragazzi albanesi che mi avevano persuaso a ribaltare i bagni chimici con le persone dentro. Erano molto persuasivi. Insomma, congedatomi da questo trio ben attento all’uso e al disuso dei bagni chimici mi misi a passeggiare con il mio amico Juan tra la calca. Juan, come me, avrebbe iniziato l’università quel Settembre ma a differenza mia che avrei iniziato PPE alla Luiss Guido Carli, lui non aveva idea di cosa fare. Aveva bevuto molto, come al solito. Gli dissi allora di venire alla Luiss con me a studiare Scienze Politiche. Con quei rimasugli di giga rimasti si guardò immediatamente gli esami sul cellulare. Quattro giorni dopo era iscritto alla Luiss. Insomma fu una giornata di grande persuasione. Juan ed io eravamo amici dal liceo, dove eravamo rappresentanti d’istituto insieme e molto amici. Quella mattina, quando mi congedai da casa del pazzo milionario con casa davanti al Parlamento andai in cerca di un ostello vicino vicino ad Elephant and Castle. Mi misero una una camerata con altre sette persone. Quando entrai nella stanza c’era un ragazzo in mutande che assomigliava un sacco a Juan. Aveva il viso quasi totalmente sotto le coperte quindi non fui sicura da subito che si trattava di lui. Nel dubbio, presi un pennarello e mi misi a disegnarli addosso. Sembrava morto. Si svegliò bestemmiando e allora mi accorsi che era Juan. Chissà cosa ci faceva a Londra buttato in una camera d’ostello ad Elephant and Castle. Gli ordinai di farsi una doccia e lo portai al Carnevale di Notting Hill. Stava davvero sfranto poverino, beveva finta red bull da 40 cent e penso avesse la febbre. Con il senno di poi mi ringrazia di averlo portato lì ad ubriacarsi e far casino perchè proprio quel giorno aveva messo le radici per il suo futuro. Bene, che gioia. Insomma, dopo aver conosciuto il trio di albanesi e rivoltato un paio di cessi chimici facciamo amicizia con un’attivista che ci parla delle fabbriche della Apple in Cina, dell’alto tasso di suicidi etc. Lo sapevo già, ma il rivoltare cessi chimici mi aveva messo nel sangue una rabbia spinosa. Così lanciai il mio iPhone contro la parete più vicina, e non lo vidi mai più. Insomma, questo era il motivo per cui non avevo più un telefono. Apprezzai presto le cabine telefoniche e i quarti di sterlina. Rimasi in quell’ostello per una settimana, forse dieci giorni. Juan se ne andò dopo tre giorni. Per poi tornare non so perchè un mese dopo. Ma io avevo già cambiato casa a quel punto. In quell’ostello non mi ricordo bene cosa facessi, mi ero licenziata dal lavoro che avevo preso due giorni prima. E sinceramente mi sa che non facevo proprio nulla, stavo lì a scrivere e il sabato andavo a giocare a calcetto con gli altri dell’ostello. Ci stava una ragazza portoghese fortissima che mi faceva almeno quattro lividi a partita. In quell’ostello ci stavano pochissimi viaggiatori e quasi tutti erano residenti più o meno fissi. Quando ero lì mi ricordo che provavo una sofferenza profonda semplicemente perchè ero parte di quella comunità. Mi chiedevo tutti i giorni che stessimo facendo lì, perchè spesso non ci parlavamo e stavamo solo in cucina a fissare i nostri libri e a bere tè. Al tempo, era l’ostello più economico della città, ed era sempre pieno perchè tutti si piazzavano lì. Molti entravano e pochi se ne andavano. Un giorno per le scale conobbi un signore siciliano sulla cinquantina. Iniziammo a parlare perchè mi offrì dei pomodori secchi che ovviamente accettai. Poco dopo seppi che era un fotografo che aveva vissuto tutta la vita tra quell’ostello di Londra e non mi ricordo quale paese dell’Africa. Mi disse che gli piacevano le Africane con il culo grosso ma anche la fauna Africana in cui potevi notare segni di continuo gretolamento. Divenimmo molto amici e passammo molto tempo insieme. Parlavamo di tutto, perchè lui di base, sapeva molte cose e a me piaceva ascoltarlo. Aveva lavorato come controllore sulla metro a Londra e sapeva tutti gli orari dei controllori. Sulla DLR non ci sono i passanti del biglietto e quindi devi solo sapere gli orari in cui controllano per non pagarlo. Potendo prendere solo quella linea ci muovevamo solo con quella, ma andava più che bene. Una sera andammo in una zona posh in cui non ero mai stata, volevamo berci una cosa ma non fecero entrare il mio amico per via di come era vestito. Per me non era vestito male è solo che gli inglesi devono sempre rompere il cazzo. Lui s’incazzò molto e io risi. Sul viaggio di ritorno mi disse di leggere Bertrand Russell, perchè mi sarebbe piaciuto. Ce ne andammo di nuovo all’ostello. Lì vicino ci stava un posto dove si poteva prendere da fumare, proprio accanto alla porta dell’ostello. Sembrava un negozio. Aveva una porta traslucida, dovevi bussare tre volte e dire una parola che non ricordo. Poi aspettavi e forse ti aprivano. Dentro ci stava questo tipo molto cordiale con una figlia di tre anni che giocava sul tappeto. Il mio amico siciliano, che in tutto questo si chiamava Mario mi disse di andare a prendere due super Tennens al bar accanto e di aspettarlo sulle scale. Feci così. Quando arrivò sembrava più triste, ma lui cambiava spesso umore e questa era una cosa che mi piaceva di lui. Era molto trasparente nelle sue emozioni, ma pensava troppo (e forse beveva troppo) per essere concreto. Nonostante tutto non avevi mai una visione organica di lui. Iniziò a raccontare di un viaggio in Africa. Dieci minuti dopo mi disse che aveva l’AIDS e che sarebbe morto da lì a poco. Poi strinse gli occhi per non piangere. Rimasi zitta. Poco dopo mi guardò tradito e mi disse: “non so perchè te l’ho detto.” Mi guardava terrorizzato e tradito non capiva perchè me l’avesse detto. Poi è sparito. Era tornato in Africa, mi aveva scritto in un biglietto che mi aveva lasciato sul comodino della camera accanto ad un barattolo di pomodori secchi.

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