CAPITOLO TREDICI |terzo trip| Spino

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(Gloriosa Generazione Globale)

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by Polly Nor

CAPITOLO TREDICI |terzo trip| Spino

Ci sono alcune cose di cui Spino non si fidava proprio, per esempio le nuove tecnologie, fanno sicuro venire il cancro, si diceva sempre. Non che gliene fregasse qualcosa del cancro, ma lo infastidiva il fatto che lo prendessero per il culo. Almeno le sigarette erano sincere, il fumo uccide, sempre e comunque, e sempre fumeremo. Similmente a quella bugiarda di una Transylvania! Era lì che avrebbe voluto ambientare il suo cartone coi Dinosauri, ma poi pensò all’ipocrisia della parola Transylvania, insomma come non pensare che sia una landa popolata da vampiri transessuali? Quant’era ipocrita e crudele una simile assunzione? Quando Spino salì sul treno numero tre, il treno che illuminava il nevischio di un giallognolo cirrosi epatica, per forza di cose finì in Transylvania, luogo prediletto dei Dinosauri, si disse mentendo. Evitatemi di descrivermi quel posto dentro le chiappe del mondo, vedetevi un film qualunque o andate nel Manicomio Criminale a visitare Mr Dracula, lui è un patito dei dettagli gotici. Dico Manicomio Criminale perché è lì che è stato rinchiuso dopo che con la Carestia di Eroina del 2010 è dovuto passare al sangue umano, che ci aspettiamo dopotutto: è sempre colpa degli Afghani. Arrivato lì, senza Dracula e con tutti i Rumeni in Italia, ci si sentiva abbastanza soli. Come un grande piccolo esploratore si avventurò per i palazzacci vecchi finché non sentì puzza di cannella, saranno gli arabi, si disse. Ma erano invece quei maledetti tirannosauri che bevevano tè alla cannella in Transylvania: la maledizione di un mondo globalizzato. Avevano costruito un palco con dei morti ammassati, quelli se ne stavano con la faccia pallida neanche fosse un provino per Twilight. Per quanto possa sembrare diversamente i Dinosauri sono dei gran romanticoni, e dei poeti formidabili, Spino amava la loro capacità di essere puramente immortali e comunque fiaccati da dolori terreni. I dinosauri si assomigliavano molto l’un altro, difatti avevano per comodità umana dai numeri, da uno a tre, e se li tenevano quei numeri, gli piacevano quei numeri. Ognuno di loro non solo possedeva ma soprattutto rappresentava una malattia esistenziale: l’ipocondria psichica, il relativismo patologico e il morbo esistenziale. Ognuna di queste era conseguenza dell’altra, essi erano immersi in una vasca di acqua putrida dove si contaminavano l’un l’altro, o si salvavano l’un l’altro; io questo non lo so. Il numero uno iniziò dal morbo esistenziale, ciò che più precisamente è la possibilità d’essere, si scostò i capelli secchi della parrucca bionda e con voce umana disse: “Era tutti e sapeva comportarsi come tutti, sapeva imitare, emulare, quel discorso sulla letteratura inglese, quella risata, quel modo di spostarsi i capelli e di mostrare tutto come una gigantesca catastrofe. Era difatti una catastrofe, un ribaltamento di ciò che erano, di tutte quelle piccole cose che li componevano. Insomma.. il modo in cui ci presentiamo al mondo, cosa gli facciamo vedere, cosa pensiamo sia giusto che vedano. E allora mentre si guarda quelle carni che fremono d’esser liberate dal peso dell’esistenza l’unica via d’uscita è uno stretto condotto che porta ad uno schema. Lo schema è ciò che decidiamo d’essere. È la diga che blocca la fiumana dell’io. É il modo in cui interpretiamo la nostra parte, per quanto grande o misera che sia essa è davvero importante: il mondo, quello vero, è noi che guarda, il mondo aspetta inesorabilmente il futuro e da esso noi non potremmo scappare, per quanto possiamo cercare di cambiare, fuggire, crollare, saremo il futuro e il futuro ci appartiene. Ora ora ora è il momento del nostro spettacolo che sia su di un podio o nel bagno di un bar, il mondo comunque ci guarda, il sipario si è aperto, e non possiamo far altro se non dar spettacolo dei nostri stressati ego! – Quando terminò il numero uno si chiese se Spino volesse prenderlo in giro poiché anche loro soffrivano, lui e i suoi amichetti, terrorizzato se ne andò in cerca di sangue umano.

“Tu non lo capisci, tu non lo capisci.. se io non ci penso, io muoio, se io non distruggo l’attimo, io muoio. Io sento il padre, che strilla come un dannato, quel padre è l’attimo precedente, è il padre che viene divorato dal figlio. Ti rendi conto di cosa ha concepito Nietzsche? E dopo una tal rivelazione, come faccio io a non pensarci, ad ogni realtà relativa e rivelata, se per me l’attimo non esiste, se esso è stato divorato, come posso non pensarci?  Se io non mi sento tendere verso l’ingranaggio della vita, io mi vanifico. Se non presto ascolto ai pianti a Kiev e alle grida a Damasco, se io non taccio, come le sentirò? Se la mia vita vibrasse invece di starsene muta, dove finirebbe tutto il rumore del mondo? E’ questo che ho definito relativismo patologico, sono un Dinosauro, lo so, non mi è permesso di coniare termini e men che meno patologie del mondo iper-contemporaneo, ma voi datemi ascolto quando dico che non posso creare nulla che non sia già sudicio di vita, e che non trovo alcuna purezza a causa di questo relativismo, a causa di quel bastardo di Einstein io non vivo se non taccio. Tutto ai miei occhi è vita e materia del vivere, la contemplazione d’essa è mio dovere sacrissimo.” Finì il suo monologo il numero due e si rimise seduto, in ascolto. Il numero tre, si alzò, da ultimo gli toccava una parte importante, con solennità salì sul palco e dispiegò il suo copione al cospetto di Spino, il suo inventor. “L’ipocondria psicotica è causata da Erasmo da Rotterdam e il suo Elogio alla Follia, non importa se non lo si ha mai letto, anzi se non si ha letto è molto meglio, ma ciò che quelle tre parole insieme trasmettono.. Elogio-alla-Follia. Il concetto che costruiscono dentro ognuno di noi.. quella è l’ipocondria psicotica. Tutto ciò che vogliamo essere, ogni nostra scelta o possibilità giace sotto i piedi della follia, e l’unico modo per distruggere la scelta è la follia stessa. Ne abbiamo parlato mille volte, o forse parlavo da solo, ma le nostre infinite possibilità sono fantocci che ci fissano cupi impossibilitati ad accogliere una qualsiasi forza dentro di loro. Le nostre possibilità sono solo la nuova presa per il culo, un contentino del nostro nuovo secolo: siamo immobili e non vediamo l’ora di morire. Io questo l’ho sempre pensato, ma c’era il vitalismo, un vitalismo estremo, quello mi teneva vivo, mi faceva agire e forse da un lato mi faceva godere della vita. Ora pero’ si è perso e giuro non so dove sia andato, guarda come mi esprimo, non mi so più neanche esprimere.

E senza vitalismo io non vado da nessuna parte

sarebbe dovuto arrivare il salvatore

ma ha perso il treno

non gli hanno fatto timbrare il biglietto

qualcuno ha fregato il salvatore

e così ha fregato tutti noi.”

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