CAPITOLO QUINTO|primo trip| Spino

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(Gloriosa Generazione Globale) 

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by Polly Nor

CAPITOLO QUINTO|primo trip| Spino

Spino portò un ventino a quel ragazzo coi ricci e fumò con lui, mentre si sdraiava sul prato umidiccio gli tornava in mente il discorso sugli spiriti eletti che si era ritrovato a fare poco prima davanti allo specchio del bagno. Nel frattempo il riccioletto era tutto intento a truzzare l’erba.. Quel ragazzo era proprio ossessivo, lo vedeva da subito, due minuti e mezzo per un cazzo di filtro, poi pressava, leccava.. maledizione! Erano passati venti minuti da quando aveva iniziato a passare l’accendino sulla canna. E poi dicono che l’erba rende rilassati, guarda questo psicopatico qui, cosa combina.. “avrebbe proprio bisogno di inghiottire una confezione di trenini Haribo” ridacchiò Spino “immaginate cosa combinerebbero nella sua testa.. probabilmente creerebbero una schiera di schiavi norvegesi da lui comandati volti a pulire ogni angolo dei vagoni, e -perché no- a preparare per lui canne di identica dimensione.” Spino in realtà non era stato troppo diverso da lui nei suoi primi anni da tossichello, ma ora niente di tutto ciò aveva significato, l’ossessione era lontana anni luce da lui.. lui oramai era luce, carne e spirito.
Prima di quello, prima dei trenini aveva passato anni ad occupare la mente di informazioni inutili, di ore inutili, di tè e biscotti, di mezzi amori e mezze emozioni. Le sue certezze poggiavano su molli basi, sulla paura di cadere e deludere: egli stesso, era strumento del suo smisurato desiderio di essere. Quanto, quanto aveva desiderato essere, piuttosto che cercare d’essere. Egli si era ritrovato vittima di tutte quelle maschere, tutti quegli abiti puzzolenti d’ipocrisia che gli avevano affibbiato. Si sentiva il viso corroso dal Giudizio del popolo, come se Dio, disintegrandosi al cospetto di Nietzsche, fosse stato inalato dal popolaccio.  

Spino cercava di tornare in sé per concentrarsi su quel ragazzo coi ricci, uno splendido esemplare, quello che sua nonna avrebbe chiamato “carne fresca e succulenta”.

Spino iniziò a pensare ad una poesia che aveva letto, forse si trattava di Neruda.. chisseloricorda. Come non pensare a quella maledetta poesia! Come non pensare a quella maledetta poesia! Quella poesia che spera in occhi capaci di guardarci dentro, capaci di cambiare il senso di quella curva, che tanto scruta, tanto osserva, tanto vive, maledettamente vive quell’esterno e lascia marcire l’interno. Quell’interno che non è sporco d’altri se non di quelli che Spino ha amato, quelli che ha creduto di amare, che ha finto di amare, che avrebbe voluto disperatamente amare. Tutti quelli, spiriti rinchiusi e macchiati del sangue del nostro personaggio, loro hanno insudiciato la purezza del nostro ometto, perché lui schifoso autolesionista fragilotto succhia via i mali: è un salvatore lui, ma non ha forza per sputare poi fuori quei mali.
Corrosivi per un anima corrosa. Sputarli significherebbe crollare.
Chi ci aiuterebbe a ricostruire?
“di certo lo stato non concederà fondi, figuriamoci!” ridacchiarono gli spiritelli nell’orecchio.

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