CAPITOLO QUARTO |primo trip| Mesca – Londra

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(Gloriosa Generazione Globale) 

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by Polly Nor

CAPITOLO QUARTO |primo trip| Mesca – Londra

La scuola era per Mesca un rifugio sicuro: lì aveva il suo angolo solitario, il suo muro per i cazzotti, la sua finestra con vista San Pietro per le sue quotidiane conversazioni con il Papa. A dir la verità amava ogni genere di scuola, specialmente quelle estive all’estero: così ben organizzate, pulite, le ciambelle la mattina, i professori che sorridono manco li pagassero con metanfetamina.

In quella scuola londinese però il Papa era ben lontano e divenendo ancora più improbabile del solito che il Papa sentisse i monologhi mescaliani -tanto per coniare neologismi- la protagonista doveva trovarsi altre occupazioni. Quel giorno volle corrompere la moralità di una ragazza musulmana che era in corso con lei. Se la portò in bagno e le chiese di baciarla. Lei era armoniosa, le labbra erano la purezza della carne che tremava per quell’irruenza. Baciandola sentì profumo di cannella, pensò che l’anima dei musulmani avesse quell’odore, e che lei, eletta, fosse riuscita a succhiare un po’ del loro spirito fuori dal corpo di quella creatura. La vera verità era che provava gelosia nei sui confronti con la stessa potenza con cui lei invidiava Mesca. Una invidiava la libertà, l’altra la ripugnava. Stupidamente, s’intende, ma con buone ragioni. Era lì da settantadue giorni, settantadue maledettissimi giorni, attendendo che qualcuno le dicesse cosa fare, cosa desiderare, chi sposare, chi amare e cosa odiare. Dicono che un effetto collaterale dell’erba sia non riuscire a fare le scelte più stupide: acqua gassata o liscia? Cazzo non lo so.


Esponiamo il concetto per i più stupidi di noi, e per quella che sarò rileggendo queste pagine.Ciascuno è vittima della proprio libertà. Capiamoci, la libertà è una grande bella cosa, non voglio certo scatenare l’ira funesta di Mandela, ma la vera verità, la più semplice e la più profonda, è che tutti soffriamo a causa della nostra libertà, sprecata, decisamente sprecata, perché nessuno di noi saprà davvero che cazzo fare con questa maledetta libertà. Qualcuno ci deve comandare cristo e non può essere Cristo ne il suo papà, li abbiamo entrambi confinati nel mondo della metafisica, e ora tocca vedercela da soli. Ora possiamo decidere chi sposare, chi amare, cosa odiare, cosa fare di quei trecentosessantacinque giorni l’anno! E cosa facciamo? Di base un bel niente o niente che vogliamo davvero fare o niente che sia necessario fare per essere minimamente utili a quest’inutile umanità.  


Io comunque l’umanità l’adoro.


La testa era piena di questi pensieri e Mesca li concretizzava per la sua fallace necessità d’eternità scrivendo su di una parete della scuola parole che pochi avrebbero capito:
“scuola, scuola, i miei dubbi mi assalgono: la scuola sembra imprigionarmi, per me che è sempre stata casa, e la casa prigione, mentre adesso la sento prigione e la casa essenzialmente un edificio. Ho molta paura e lo so che sono paure vuote quelle del futuro, non voglio più scappare tra queste ciambelle straniere e “i sorridenti non d’anfetamina privi”, ma voglio vivere, prima non ero motivata a fare il meglio per buone ragioni ma essenzialmente perché avevo bisogno di una buona barca su cui salpare via. Sono stata così ipocrita con me stessa. Ora non ho più drammi, perché io sto bene ed è una pura verità. Ora quindi c’è bisogno che io trovi qualche altro dramma che mi spinga a fare del mio meglio, vorrei poterlo fare semplicemente perché voglio una vita perfetta o perché e la cosa giusta da fare. Vorrei fare tutto e invece devo scegliere.
Vorrei trovarmi con una sigaretta ed una scelta in mano. “

Mentre scriveva sentiva il mostriciattolo nella testa gridare “signori e signore,è vero, la crisi c’è! La famiglia,la famiglia, cari miei, prende il primo posto nella crisi. La scuola ora è la vostra nuova casa, vi accudisce,vi tiene per mano nel percorso conoscitivo, vi sbatte in faccia la verità quando serve.” e poi continuava il suo alter-ego : ” come fa un istituzione ad asciugare le lacrime? Come fa a rimboccare le coperte?”
“Ci saranno bambini infreddoliti dalle loro stesse lacrime tra le vuote pareti di un istituto -mente visionaria.”

Una stridula voce inglese interruppe il tutto : “it is not nice writing on the wall, darling”. Mesca accucciata per terra quasi a baciare la parete vide solo le sue gambe pallide e venose, le ginocchia si contraevano e sembravano bocche infreddolite e spasmodiche. Non riusciva a staccare gli occhi da quelle bocche fittizie allorché quella donna di nome Catherine si accucciò al suo fianco e iniziò uno di quei discorsi imparati a memoria. Quel tipo d’ipocrisia che ci risparmiamo in Italia, ma che è molto in auge nei paesi anglofoni. A differenza delle ginocchia, quando si muovevano le labbra non sembravano parlare, per questa ragione Mesca si limitò ad imitare un sorriso mentre pensava ad altro. Quella donna sembrava una vecchia e non doveva aver più di trent’anni, Mesca non riusciva a capire se fosse incredibilmente povera o incredibilmente drogata, forse entrambe le cose. Evitando noiose descrizioni, Catherine aveva l’aspetto di una prostituta di Les Miserables.

Si sentì di rispondere alle sue domande solo quando lei le chiese se fosse un’artista, dagli anelli che portava sembrava un’artista, diceva. Le rispose che non si definiva un arista ma una persona grottesca. Non aveva senso come risposta, ma sul volto di quella prostituta sorse comunque un sorriso.   

Verso il tramonto finì per piacerle quella Catherine, probabilmente perché il suo aspetto era la Decadenza-per-eccellenza, forse perché l’affascinava che quella quasi trentenne per di più inglese e pseudo attrice fallita non sapesse chi fosse Oscar Wilde, si stupì di come una vita potesse essere così vuota e ugualmente si stupì di come qualcosa come il De Profundis avesse riempito la sua di vita. Si ritrovarono tra le strade dell’East con due Guinness al black caramel in mano: Mesca aveva sciolto tutte le sue membra al cospetto di quella prostituta del passato “certo però che mi sembri tutto tranne che grottesca, ti avrei definita un qualche surrogato della perfezione piuttosto”,diceva lei. Mesca prese un punto fisso nella parete, si trattava di un poster de The Rocky horror picture show e parlò: “mettiamola così dolcezza.. tocca buttarsi, lanciarsi senza scappare, rilassare i muscoli e farsi avvolgere dalla nuova voragine, lasciare la mente priva di paura e piena si speranze, abbandonare il delirio d’onnipotenza e cercare un’onnipotenza lucida e radicata nella realtà.

Abbandonare le tremanti parole sull’amore per poi tacere nel farsi avvolgere da qualcosa che inevitabilmente ci ha già ghermito.

Ricostruire lo specchio che abbiamo infranto per paura di ciò che poteva rivelarci, imparare a guardarsi.

Svuotarsi e pulirsi del passato e dopo aver lucidato le macerie, costruirci sopra un grandioso futuro.

Affrontare la bestia della giungla urbana (o almeno il suo fantasma), farlo entrare in casa nostra e curare le sue ferite,

quella bestia che è l’attesa, l’attesa divoratrice di ciò che saremo.

Sconfiggere così la paranoia d’essere, capendo che se si è, si è già, o accettare che forse non si è mai fino in fondo.

Accettare che, se caduti, non è sbagliato rimanere a terra per farsi invadere dai propri mostri, per poi interiorizzarli,

perdonarli per ciò che vilmente ci hanno fatto.

E infine essere, essere, essere, finché ci è concesso.

E tutto questo, dimmi, non ti sembra grottesco?” spalancò gli occhi e tirò la bocca in un sorriso quasi non aspettasse altro se non i suoi occhi di nuovo su di lei, si bagnò le labbra e rispose che ciò che c’era di più grottesco era che lei aveva una soluzione, quando Mesca le rispose che non era il suo corpo ciò che voleva, già si sentiva un fischio del treno in lontananza.

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