CAPITOLO SECONDO |primo trip| Croco  

GGG

(Glorioso Generazione Globale)

 

Nessuno ci ascolta e noi creiamo un momento di ascolto: ci sediamo con gli occhi spillati l’uno nell’altro e leggiamo il nostro diario. Che cosa sciocca, sciocchissima.
“Caro Croco-Diario,

Homo homini lupus

Ti parlavo di quando si doveva onorare il padre e la madre.. te ne parlavo come se raccontassi una storia di pirati, poi le mie mani si sono sporcate di quel iper-realta’.. ti ho confessato il modo in cui ora bisogna solo perdonarli, perdonarli per quell’onore che tanto desiderano e poco meritano. Ai tuoi occhi il mio discorso risulterà così fittizio, sulla soglia dell’idiozia e della banalità, che capisci tu demonio dell’arte, mondo eternato su della carta, del presente? Cosa ne capisce la prosa del sentimento..

 

tu madre mia 

che sei martire e carnefice 

di quella vita 

che i tuoi palmi giovanili

tremavano nel costruire

 

te madre mia

non ho la forza di onorare

scavo tra le mie carni

ma trovo solo un gran bisogno

di perdono

perché tu madre mia

sei utero benigno 

ed ignea bocca

 

madre mia, 

impariamo a perdonarci

 
Ora che mi appollaio su di una panchina che volta le spalle al Tevere placido e scuro che con altrettanta naturalezza volta le spalle alla Storia che lo ha circondato e mai soppresso, semplicemente fumo! La bocca sa di sigaretta, la sigaretta sa di morte, cosa ce lo scrivono a fare che il fumo uccide, io tra i miei denti già sento il decomporsi del mio corpo. Altro che dipendenza da nicotina, ognuno di noi ama guardare in faccia la morte tenendo tra le dita del semplice tabacco. Che idiozia.

La mia psicologa si chiama Maria. Marijuana. Mary-Jane.
Maria maria yo te quiero cada dia mas. Che ironia la vita; Ottanta euro in tasca per la seduta di oggi, a lei vanno cinquanta euro, a me trenta, lei continua a dire a mia madre che ho un sacco di problemi da risolvere, io continuo a fingere di averli, e forse abbiamo entrambe ragione sul mio conto.
Fatto sta che il nostro obiettivo, mio e di Maria s’intende, è quello di mettere una grossa grossa somma per i nostri cinque, ancora non ho capito bene di cosa si tratta, ma entrambe abbiamo una voglia pazza di provare quella nuova droga. Ora alza il culo. Racconterai dopo.”

5 ore dopo

Quel giorno nel suo studio mi fece entrare la donna di servizio, la quale sorridendomi con ingiustificata complicità mi porse su di un vassoio una bustina di Haribo con ben cinque caramelle a forma di treno, gommose e colorate. Gettandomi sul pavimento con le mani tramanti infilavo tra le mie labbra il primo trenino.

 

“chuuuf chuuuuuf” “uno, due, tre, quattro, cinque” 

 

Maria era nella vasca da bagno stile Liberty uguale a quella che mio padre aveva gettato via, con le zampe in ferro battuto e il dorso dipinto di blu dalle mie mani infantili. Ho sempre sospettato che lei sapesse di quell’oggetto del mio passato, sapesse che era per me simbolo della mia stessa innocenza. Anzi non vi era dubbio che giocasse con la polpa dentro il mio cranio di tanto in tanto mettendo il suo corpo nudo all’interno della mia infanzia.

Stupida tecnica del transfert in balia di una mente sadica.
Credo che in realtà la vasca fosse lì per una qualche terapia, ma la utilizzava lei, per contemplare la luce sul corpo, ed il corpo nella luce; ogni strumento artistico si vanificava al suo cospetto.

Quella donna con le labbra rotte dai suoi stessi denti giocherellava con il capezzolo che solo fuoriusciva dall’acqua, e cantava:

 

“vorrei tanto parlare con la luna, 

vorrei tanto dirle che son qua, 

vorrei tanto ucciderti mia luna, 

vorrei tanto dirti che sto mal. 

e tu che mi guardi da lassù,

non lo vedi

che son carne, 

e tu che ti prendi 

gioco di me, 

e i miei occhi 

neanche li guardi.”

ed io che continuavo staccandomi le ciglia per tricotillomania:

“sono uno specchio,

sono uno specchio,

sono uno specchio, uccidimi.

vorrei tanto parlare con la luna..” 

 

Il silenzio che venne dopo fu così lungo che sembrò attendere la risposta della luna, che di lì a poco sorse nel cielo del mondo. Maria mi guardò solo in quel momento per spingermi come al suo solito verso il bordo della finestra. Quello spazio era il mio palco, lei non me lo disse mai, ma capivo che ero lì per recitare la mia parte; non poche volte mi sembrò di non avere nulla se non quella misera parte.
Roma nel suo silenzio sembrava pronta ad ascoltarmi, volsi le spalle a Maria ed iniziai il primo ed ultimo atto:

“Mondo dai mille mondi: ti sei condensato in uno.
Ragazzi, popolo di Roma, cosmopoliti, abitanti del mio cuore e miei stressati alter-ego, sappiate che sono sull’orlo di un cratere. Si tratta di una voragine, si tratta del mio futuro, è una vasta visione, sublime. Ma non penso che mi lancerò, forse nessuna voragine mi intrappolerà più! Ora sono qui sul bordo, bastante per le mie gambacce secche, qualcosa mi trattiene, mi intrappola, sembra quasi intralciare il mio cammino, ma mi sta salvando, sarò eternamente con lui, sarò eternamente tra le sue braccia, e un giorno ci innalzeremo e voleremo via, forse siamo già volati.

Risate del pubblico, ovvio. Di che sto parlando? Bhè, sappiate che l’oggetto del mio discorso è oscuro persino a me, potrei raccontarvi di un treno, potrei lasciare la vostra mente riprodurre il suo fischio lacerante, potrei lanciare sparsamente nel pubblico trenini Haribo e farvi provare ciò che provo. O potrei dare altro potere alle mie vane parole.
Addio mondi, con questo balzo verso l’alto ho lasciato giù con voi le mie paure.”

Svenne quel corpicino.

12 ore dopo – camera da letto di Croco

La Zona Cesarini, la birra col nome più di merda -ma la migliore-, era lì sulla mensola che fissava il personaggio in questione, quella bottiglia vuota era ancora schiumosa all’interno e quel liquido pareva mischiarsi ai ricordi di quella bevuta e ciò che ne scaturì. Era stata proprio lei difatti ad illuminare il cammino all’Inventor dei trenini Haribo. Adesso la Zona guardava Croco con una faccia annoiata, quasi si sentisse usata e lasciata a marcire alle spalle di una dipendenza migliore.
“Il sonno è così simile alla morte”, disse tra sé e sé il personaggio sorridendo tra le lenzuola.
“Sonno perpetuo d’estrema lucidità, qui mi ha condotta il primo treno”.

La mente dormiva,
La mano scriveva,
Il tempo non c’era,
Ma il vespro incombeva,
E lei avvolta dal mondo
Contemplava l’attimo
Di quella vita di eterni attimi

 

 

Schermata 2017-02-05 alle 21.27.48.png
by Polly Nor

 

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