CAPITOLO PRIMO -che se ‘nventamo

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(Gloriosa Generazione Globale)

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by Polly Nor

CAPITOLO PRIMO – che se ‘nventamo

Chiunque abbia rifiutato il proprio corpo dal momento che esso in gioventù non si faccia quasi sentire e giusto l’anima di tanto in tanto presenti degli acciacchi, e giovani, vivissimi si sente solo l’anima, -una testa d’angelo a cui è permesso di camminare sulla terra,- facilmente potrà sviluppare la paranoia psicosomatica. Accadeva così a Keto di giocare col proprio corpo: gli piaceva vederlo succube della mente. Quella mattina scriveva la sua tesi sulla fase anale e mentre lo faceva era ovviamente seduto sulla tazza del water con una canna in mano. Alla testa risultava impossibile pensarci, la macchina non riesce a riconoscere il proprio deficit quando è in deficit, esattamente come un aspirapolvere: non si spegnerà da sola perché ha smesso di aspirare. Tentava invano di non pensare alla gola, luogo in cui, in quel singolo momento, la paranoia concentrava il dolore: il burro d’arachidi graffiava tutte le pareti dell’apparato digerente, le noccioline si erano trasformate in vetri taglienti. Almeno così gli pareva.

La testa continuava ad aspirare malamente pensieri da una parte all’altra di quel globo infermo per poi spalmarli con furia impetuosa intorno al tema delle Dipendenze. Pensò a come uno si trovi inevitabilmente a convergere verso esse come verso il sommo bene, forse anche esso una squallida dipendenza. La porta sbatteva perché spinta nel verso errato, era Spino che non riusciva mai a memorizzare il lato di apertura delle porte e si ritrovava sempre a bestemmiare qualche Dio nel tentare di aprirle: “mannaggia a Zeus onnipotente vibratore di fulmine” pronunciavano le sue labbra mentre le mani porgevano un bicchiere di latte caldo col miele a Keto, quasi fosse la cosa più abituale di sempre.

Poi il ragazzetto lasciò il bagno e si diresse in corridoio, a fissare i titoli dei libri impolverati, nulla lo faceva sentire più parte della Storia che quei libracci morti. Lì vi ritrovò quel libro che amava da bambino “molto forte, incredibilmente vicino”, il suo corpo ebbe una contrazione nel rivedersi davanti quell’uomo che si gettava dalle torri in fiamme, e in qualche pagina sfogliata con velocità, il padre ritornava su, e nulla era successo. La malleabilità del Dolore. Nel frattempo, al piano superiore Croco era ugualmente preda di paranoie, la sua aveva eclissato la percezione del cranio, ne sentiva solo il rumore sordo e ripetitivo quand’essa sbatteva sul ferro del porta asciugamani. Ecco del sangue che sgorgava, una mano tremante che puliva quel rosso tra le gambe, una testa bacata che credeva quel liquido provenire dall’utero, e l’altra mano che già sfogliava la rubrica del telefono in cerca del nome del padre di quel bambino. Tuttavia la rivelazione non si presentò: il padre non esisteva, il sangue odorava di aborto e un figlio che non c’era mai stato di colpo sparì. E fu nostalgia.

Un’oretta dopo Mesca li aveva tutti chiamati in garage, per la riunione giornaliera, qualcosa che veniva fatto più per tentare di rimettersi al mondo che per un qualche scopo organizzativo. Non vi era luce se non quella che filtrava dalle finestre sottili e si andava a riflettere sulla carrozzeria cerulea di quella Triumph Roadster d’epoca. L’auto non apparteneva a nessuno di loro, neanche il garage e se vogliamo fare i pignoli nemmeno la casa. Ma la proprietà è burocrazia vitale, cosa che interessa poco noi, poco i personaggi. Spino, il paranoico per eccellenza, neanche era entrato che già se ne stava piegato sulle ginocchia a lucidare i fanali anteriori dell’auto: aveva un’affezione particolare per quegli occhioni che lo guardavano e illuminavano le strade romane nelle sue fughe notturne.

Croco e Keto se ne stavano rannicchiati sui sedili anteriori, con la pelle che teneva caldo e la carne che si quietava in attesa del discorso che certo sarebbe presto scaturito dalla mente di Mesca.
Lei già si preparava, girando per il garage e sbattendo i piedi ovunque.

Si schiarì la voce ed iniziò con un tono imperioso che tirava fuori solo in quei momenti: “Il tempo da noi vissuto, ma da noi forgiato, sfondo delle nostre vicende, non esiste più! E’ come appendersi all’orecchio dilatato di Keto e lì cullarsi.” Keto ebbe una risatina infantile nel sentirsi chiamato in causa, si toccò il dilatatore nell’orecchio e giocherellandoci tornò in posizione fetale tra le braccia di Croco. “Ognuno di noi ha fatto la sua parte nel capirci qualcosa, abbiamo smaniato per risposte che ci hanno rubato il tempo, corroso l’anima e plasmato la vita. Continuiamo a esistere come se nulla dell’esistenza ci riguardasse”. I quattro ragazzuoli condividevano la malattia esistenziale, e al solo rumore di quel mostro che è l’esistenza i loro volti si contrassero.

“Ma cosa amici miei, se la non-risposta alla vita la si creasse? Bhè, ridiamo! Sbellichiamoci!  stacchiamoci la pelle di dosso, amici miei, perché l’hanno creata. E’ una droga ovviamente, anzi è una serie da cinque, di cui poi il carissimo Spino esporrà i principi chimici. Una droga che studia la nostra mente, la nostra necessità di sopravvivenza. Lo spazio ed il tempo schiacciati e sottomessi, il concetto stesso diviene inconcepibile, quel maledetto-ticchettio che squarcia la nostra carne diviene inaudibile per le nostre orecchie stanche. Ma ve lo immaginate: ognuno è la risposta di se stesso. La consapevolezza non è più cosa nostra!” A questo punto, mi direte, l’uditorio sarebbe dovuto scoppiare in una pazza gioia e già con le mani ficcate nella carne pronto a staccarsela di dosso, ma invece come ben sa ci ha ricevuto grandi folgorazioni nella vita, il corpo, in tutta la sua passività se ne stava immobile, mentre la mente.. la mente sprofondava in se stessa e sembrava fondersi e mischiarsi all’interno di quell’auto. Persino Mesca aveva superato l’euforia iniziale, per rimanere in una passività corporea dove solo le labbra erano succubi della mente mentre il corpo se ne stava inerte a contemplare: le spalle ricurve e le labbra tirate per l’orrore scaturito dall’epifania. “Una nuova era risplende nelle nostre lacrime votive, votive perché prive di significato, prive di dolore, oramai una mera necessità di rigetto del nostro corpo. Noi, noi non saremo più legati a queste congetture da iper-contemporanei a queste macerie del passato, a questi fallimenti eterni. Noi siamo rinati. Abbiamo parlato molte volte dell’era che fino a questo momento era da noi vissuta, l’era del “che se ‘nventamo”, l’era del maledetto copyright e dei cessi con le fontanelle fornite di musichetta, l’era del plagio e delle mode globali, del consumismo e del politically correct. Ogni nostra parola, ogni nostra lacrima o pezzo d’arte era scrutato dagli occhi del mondo come qualcosa di infinitamente grande, o infinitamente piccolo. E noi, noi.. risultavamo artefici del nostro nulla e vittime di un tutto non nostro. Adesso tutto ciò è banalmente spento. La nostra era sparge la sua polvere su di noi. Rimangono però le giornate di pioggia, le multinazionali, i tappetini da bagno, l’amore.”
Quella stanza divenne allora il luogo più candido mai esistito, i copioni di quelle personcine sul palco globale si incenerino all’istante, l’aria cambiò e sembrava quasi una brezza quella che carezzava i volti stantii di quello che erano stati.

Si sentiva il fischio di un treno, si sentivano vocine canticchiare “uno, due, tre, quattro, cinque“, si sentiva il treno fischiare e ragazzuoli ripetere “uno, due, tre, quattro, cinque“. Tutto era così nuovo ai loro occhi, ma si trattava di finzioni, allucinazioni, di cadaveri mangiati da vermi. Chi però poteva considerarsi giudice del Reale?

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