Ogni volta che il fumo scompare

 

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PREMESSA

Nonostante ci venga spesso detto che non vi sia mai nulla di completamente bianco o nero, ma solo molte sfumature di grigio, io credo che quando si trattano super-concetti nulla sia meglio degli estremi, perchè loro e nessun altro (chissà se per presa di posizione o per credo) occupano uno spazio reale nel mondo. E a me loro piacciono molto.

Questo racconto l’ho chiamato ogni volta che il fumo scompare per due motivi, il primo è che credo sia un bel titolo. Poetico. Il secondo è un po’ più sensato: pare che dopo vent’anni che ti sei disintossicato dal tabacco il tuo corpo ridiventi sano. Penso che sia un bel modo per calcolare il sommarsi dei ventenni. Come penso che sia più valido considerare il nuovo anno dal cambio di foglie piuttosto che dal rumoreggiare di fuochi d’artificio e gentaglia ubriaca in giro per il mondo. Ma certo sono solo opinioni le mie.

In queste mie pagine considererò tre cambi di foglie ventennali, tre disintossicazioni. I due personaggi, i due estremi che prima menzionavo si sono sporcati e ripuliti dei loro credi e delle loro credenze. Hanno discusso di etica, responsabilità e sostenibilità.

Ci hanno costruito due vita sopra, hanno costruito universi d’opinione e il geoide su cui poggiavano le loro sdraio in riva al mare, ne è rimasto toccato.

Scrivendo, proprio adesso, mi è venuta in mente un’altra interpretazione per questo titolo: le nostre azioni hanno un peso e questo peso, io credo, si vede nel fumo. Quando accendi un incenso e t’inebri del suo profumo vedi il fumo scomparire nell’aria. Questo accade perchè il mondo fuori di noi è scalfito dalle nostre azioni per poco più di un attimo. Chi siamo e cosa facciamo con le nostre vite e con le nostre scorie nucleari conta molto poco davanti ad un vecchio ammasso di composti chimici. Il fumo però, come le nostri azioni, si insidia in noi umani e ci ottunde. Ci cambia e muta la nostra forma dentro di noi. Muta la nostra storia.

Il mondo può anche non dare peso al fumo, può anche trasportarlo via con una folata di vento  come se non fosse mai esistito, ma noi, noi forse dovremmo prestare un po’ più di attenzione alle nostri esistenze da tabagisti accaniti.

 

 

PARTE PRIMA: primo ventennio di vita

Il Mecenate

Ciao, sono il Mecenate, abito in un appartamento, ho vent’anni e ascolto la musica su Spotify.

Oggi ho letto un articolo sulla Generazione Y, sulle loro falsate aspettative di vita, i loro unicorni rosa e la loro dilagante megalomania depressiva. Il mio psicologo dice che un sintomo della depressione s’esprime nel dormire. Dormire anche poco, ma desiderare il dormire assiduamente. Come se nella notte diventassimo più ricchi, più belli o prendessimo tutti quei pesci che ci hanno sempre negato. Io amo dormire perchè è l’unica cosa a cui posso non prestare attenzione. Ho fatto talmente tanti anni di terapia che qualsiasi messaggio dell’inconscio sono io a spiegarlo all’inconscio e spesso mi ordino anche cosa voglio sognare. Tipo realissime partite a Call Of Duty o volare sopra le Alpi innevate. E si, ci riesco. Alla faccia vostra. Ad ognuno i suoi talenti. Ray Charles era cieco. Io ogni volta che cerco il pulsante dell’ascensore suono alla porta di qualcuno.

 

 

Il Girovago

<etica e sostenibilità

cosa hanno in comune?

nulla, se non l’umana scelta,

la responsabilità di ognuno su questa terra>

Cari lettori,

Non sono direttamente responsabile di nessuna delle azioni che le mie parole potranno scaturire in voi, ciò che sostengo non è sostenibile e la mia etica è puramente poetica. Tuttavia, miei cari lettori, sull’umanità forse siamo concordi. Ebbene si: credo che lo schiavismo intellettuale a cui siamo soggetti, e peggio, la sua falsa promulgazione di una libera informazione, ci costringano a vivere ai margini come mai è successo prima nella storia. Agli antichi era concesso il beneficio dell’esilio in tempi di attriti politici. L’esilio era certo tedioso, eppure vero però che Ovidio aveva spirito per comporre I Tristia e Napoleone in fin dei conti se ne stava all’Elba. Io se voglio andare all’Elba per starmene tranquillo in esilio devo prendermi un acido. Infatti se noi ci volessimo esiliare, se dovessimo trovare un luogo che ci depuri dagli affanni e dalle catene del mondo contemporaneo, avremmo tra le mani un’opera più ardua. Difatti, io credo, che ogni sfera della nostra flebile vita sia infettata sino al midollo. E come allora, dico io, possiamo noi lavarci in acque pulite? Dove giace il fiume Lete? Sarà forse riempito da masse di turisti bardati di cappellini e crema solare che su gondole di plastica dura scattano foto al loro consumismo?

 

 

PARTE SECONDA: secondo ventennio di vita

Il Mecenate [canzone: The World is a Ghetto – War]

Spesso dimentichiamo che siamo noi i costruttori del sistema. Questo non significa che ci stia per forza scomodo. Può accadere che il sistema sia perfetto: i saldi ci coccolano, il car sharing ci porta di qua e di là e Siri ci ricorda gli impegni di oggi. Questo è meraviglioso; può non essere abbastanza.

Dimentichiamo spesso che siamo noi, i costruttori del sistema, nei siamo ingegneri, architetti e lavoratori sottopagati. Ciò che non ci piace può essere cambiato.

Questo e nient’altro, in questo scarso ventennio, è stato il mio faro. La luce intermittente mi ha spesso stordito, ma mi spianato il percorso per il cambiamento. Per l’evoluzione. Per il progresso. Il mio faro era una casa a Damasco nei tempi d’oro. E intendo i tempi d’oro per masse di ipocriti tweeters che occupavano i loro profili di bambini morti.

I giornalisti erano già abbastanza penosi prima d’essere invasi da altrettanto penosi moralisti. Almeno i giornalisti prendevano uno straccio di laurea, dovevano rispondere a qualcuno, che sebbene idiota, sapeva usare la punteggiatura. Mentre ora il mondo era pieno di loro: una generazione di likers e haters, ma loro a Damasco non c’erano. Lì la mia casa non era come ve la immaginate, perchè non potete immaginare posti in cui non siete mai stati. Non per davvero almeno. Io, per esempio, fino all’età di almeno dodici anni ero convinto che la Spagna assomigliasse al Far West, non potevo davvero sapere come fossero le vie di Valencia. La mia casa lì era come immaginate che sia una casa nell’Olanda dell’Est. Se non lo sapete andate da Ikea e toglieteci ogni sfumatura di produzione di massa. Aggiungete una paio di lauree brevi in interior design e ci siete.

Era una casa di un delegato delle Nazioni Unite con un PhD in Humanitarian Action and Conflict Resolution.

Muovevo, mi pareva a volte, i tasselli del mondo.

 

 

Il Girovago [canzone: Hornets – Harbie Hancock]

<<La foresta grugniva,

i maiali germogliavano,

io mi appassivo,

i gigli tingevano il loro colore,

il gallo era dal logopedista,

io rinascevo.

Il pino danzava,

i fringuelli singhiozzavano,

io vivevo.>>

Non avevo casa che non fosse il mondo intero. Non avevo respiro che non fosse fruscio del vento. Non mi apparteneva l’essere, ma l’esserci. Toccare la superficie del mondo con gli alluci e rivolgere lo sguardo al cielo. Il resto, molecole di fumo.

Erano diciannove anni che abitavo nelle foreste del Nord America. Il periodo prima della partenza leggevo assiduamente Thoreau. Non Disobbedienza civile, ma Camminare. Thoreau si auto-convinceva della possibilità di salvezza nel Nuovo Mondo;

Penso spesso quanto l’intelligenza di un uomo possa essere infestata dal peccato altrui. Ciò che un visionario sogna come un paradiso riconquistato, è reso dal peccatore castigo dei dannati. Non vedo molto altro nel sogno americano. Promulgazione del falso, nebbia mattutina, alto tradimento. Quando mi chiedevano la ragione della mia partenza rispondevo che ero deluso. Il sistema, mio genitore, non aveva saputo soddisfare le mie aspettative. Così me ne sarei andato presto, dicevo, me ne sarei andato in cerca di una Madre Natura rinnegata. La trovai, e facemmo festa. Per notti insonne ci ascoltammo e ci sfiorammo. Le radici si aggrappavano alle mie gambe rinsecchite ed io, rinsecchito com’ero, mi arrampicavo come Edera sul tronco dei faggi. E mentre mi arrampicavo mi chiedevo: cosa direbbero gli uomini? L’edera s’arrampica sui faggi? Cosa potevano credere nel mondo gli uomini e la loro scienza di io che m’arrampicavo?

Non importava, rispondevo.

Il mondo degli uomini era una piccola verità del mondo, una verità che sembrava spesso occupare la superficie intera del globo, ma che era in realtà un capillare rotto su di una bambola di porcellana. Semplicemente io avevo -a differenza degli uomini che avevo avuto l’occasione di conoscere nel mio primo ventennio di vita- pronunciato una parola.

Questa era la differenza tra me e gli altri. Nessun’altra. Una parola. Di due lettere sole.

Ed era NO. No, no, no. Io non avrei contribuito all’assassinio e alla perversione della razza umana. Non avrei partecipato ad un secondo olocausto, come spiegava quello storico olandese. Non mi sarei macchiato di omertà. Non avrai accettato la corruzione, lo sfruttamento, la strumentalizzazione e il riscaldamento globale.

Io avrei semplicemente detto di no, grazie mille dell’invito.

 

 

PARTE TERZA: terzo ventennio di vita

Il Mecenate

Il terzo ventennio.

L’Italia è fascista.

Una mela si biodegrada.

Il fumo scompare.

Un maremoto colpisce l’Indonesia, i palazzi cascano come puntine sul cemento.

Io lì, ho forse poco più di un attimo per dare un ultimo sguardo al mio orologio. Chissà, mi chiesi quando l’onda m’avvolse, perché mai come ultima azione avevo guardato proprio l’orologio. Erano le 14:49, per la cronaca.

Prima di perdere i sensi -o forse proprio perchè avevo perso i sensi- vidi nell’acqua la mia immagine riflessa. Era di una consistenza strana però. Sembrava carne di cervo. Forse erano ancora i miei traumi da vegano che si materializzavano. La figura mi sorrise. Prima di tutto, mi mostrò quei suoi canini appuntiti. Speravo volesse succhiarmi via tutto il sangue in modo tale che i rescuers non avrebbero dovuto vedermi spiattellato su qualche guardrail. Poi iniziò a parlarmi, ma non potevo udire le sue parole. Così iniziai a gridare così forte da sentire la gola esplodere. Sembrava non sentirmi. Blaterava le sue cose, ma non c’era dialogo. Mi stavo per spegnere. Iniziai a sussurrare, stanco, esausto, consumato da ogni particella di quella mia vita.

“Sai, se dovessi riassumerti cosa ho fatto di questa mia vita, ti risponderei che ho creduto. Mi sembra, ora, di non aver fatto nient’altro se non credere. In ideali ed ideologie. In credi e credenze. In me stesso come rivoluzionario.

L’ho fatto, perchè ero uno sciocco. Cuba mi aveva insegnato che la rivoluzione era inarrestabile ed immutabile: così si pronunciava la propaganda per le strade de L’Avana.

Lo studio delle lettere classiche però, mi aveva insegnato che le etimologie contano.

La rivoluzione era un movimento attorno a se stesso. Ma non aveva un movimento continuo, non era una trottola onirica. Era un salto, era un rivoltarsi nel proprio letto e cadere sul pavimento. Era cambiare così spesso da avere la nausea.

La rivoluzione era un attimo. Un rivoluzionario era uno strumento di Dio. Chissà quale Dio.

Tuttavia cercavo invano di distorcere il significato delle etimologie. Come potevo volere un solo ed unico mito del progresso in un mondo di molteplicità? Quel nostro nuovissimo e splendente mondo poteva forse omologarsi sotto un unica promulgazione di libertà? Di Democrazia, per esempio? Io credevo in quell’educazione che sosteneva che i sinonimi non esistono. Io non volevo creare sinonimi nel mondo: io volevo davvero aiutare. Non volevo dominare, ma spesso assottigliamo i confini più di quanto dovremmo. Ho sbagliato o forse ho fatto tutto giusto. Ho sentito qualcosa e non l’ho mai rinnegato. Ho creduto nel cambiamento e forse ci sono riuscito.

Ma ora tu, Natura indifferente, perchè mi distruggi?”

 

 

Il Girovago

Il terzo ventennio.

Una tartaruga inizia la sua vita.

Il sole appare 7100 volte nel cielo del mondo.

Il fumo scompare.

Scorie nucleari infettano il corso d’acqua limitrofo alla foresta. Io non sapevo neanche più che odore avesse il mondo e i suoi escrementi. Mi abbeverai alla sponda del fiume e mi inebriai il naso e la bocca di bacche velenose. Il loro veleno stordiva, ma non mi era letale. Le acque sì però, me lo spiegò poco dopo un chimico che incontrai nei Campi Elisi. Era un grande fan della mia vita, diceva. Mi osservava sempre, ogni sera con un piatto di costolette in salsa di mirtilli. Credeva che fossi uno forte, sì, avevo della stoffa per dire un no secco a quel mondo. Così diceva mentre annaffiava la sua piantina. Lui era morto troppo presto diceva. Non aveva neanche potuto approfittare dell’aumento di sex appeal nei chimici dopo il boom di Breaking Bed.

Questo però avvenne dopo. Prima c’ero solo io, che disteso sull’argine iniziavo a vivere i miei ultimi anni. Le scorie nucleari mi corrosero prima il corpo e poi l’anima. Rimasi lì disteso sulla sponda del fiume non so per quanto. Avevo perso da molto oramai la cognizione del tempo. Avevo anche smesso di prestare attenzione al sorgere e al tramontare del sole, perchè orrendamente mi ricordava il passato nel mondo degli uomini. Le albe al Ponte della Musica e tramonti all’Isola Tiberina.
Non successe nulla. Tutto era immobile. Ed era immobile da così tanto tempo da farmi percepire i miei sessant’anni come un battito d’ali. Il mio muso era fossilizzato sulla riva e le labbra si bagnavano dell’acqua infangata, che andava e veniva. Sembrava cercasse di risvegliarmi come un dolce e materno defibrillatore. Gli occhi si mossero, e come rinati     -solo perchè di nuovo gli sembrava di vedere-, scorsero una figura.

Era il Narciso che mi fissava. Iniziò a parlare, a borbottare che era tutta una gigantesca menzogna. Non era vero quello che dicevano di lui, raccontava. Lui non era affogato nell’acqua, o morto di fame, perchè eccessivamente attratto dalla sua immagine. Lui si era suicidato perchè credeva che la propria materia non dovesse essere ancora per troppo incatenata in molecole ordinate. Credeva che alla Natura andasse restituito del materiale grezzo, cosicché esso potesse continuare ad evolversi. Diceva così, e mi guardava con occhi velati e stanchi. E c’ero io, che lo ascoltavo e mi chiedevo perchè, tra tutte le creature, del mondo, proprio il Narciso -e lui solo- avesse saputo spiegarmi la ragione della mia lotta. Io credevo nel dasein.

Io avevo detto di no al distruggere, sì all’essere distrutti. Questo mi aveva reso migliore. Diverso. Ribelle. Mi ribaltavo come uno scarafaggio che comunque non torna mai sulle sue zampette. Piuttosto se ne resta sempre a pancia in su e aspetta di essere seccato dal sole. Noi certo non ci pensiamo a quanto sia crudele il loro destino. Non diamo soccorso se sentiamo gridare, figurati per sputi d’esistenza usciti dalla bocca piena di Dio mentre trangugia un tiramisù al pistacchio. Io forse non avevo capito nulla.. di cose si dovesse fare nella vita. Ma io, posso dire d’averci provato, a fare qualcosa di minimamente autentico.

Ma ora tu, Sistema schizofrenico, perchè mi distruggi?”

 

 

EPILOGO [canzone: A Nightingale Sang in Berkeley Square – Stan Getz]

Gli estremi hanno tanta gloria in questo racconto, ma noi, noi nel mezzo, quale scelta abbiamo? Sappiamo lottare o sole fuggire? Sappiamo costruire o solo distruggere? Siamo uomini d’onore o solo d’onere?

Chiedo scusa perchè non ho scritto nulla sull’ultimo ventennio della vita. Forse superficialmente spero che non si possa essere delusi una quarta volta. Che una quarta disintossicazione non sia necessaria. Che se a ottant’anni hai delle convinzioni, dannazione, almeno tienitele strette, rischi di non avere neanche il tempo di imparare il Padre Nostro per l’estrema unzione. Ovviamente esistono delle eccezioni. Tipo quell’amico di mio nonno che a ottant’anni è diventato marxista-leninista dopo aver affrontato quattro disintossicazioni da professorotto ricco, borghese e xenofobo.

Insomma ho finito, non credo di aver niente altro da dire per stasera, prendo la mia bici e rifletto su quello che ho scritto. Speriamo qualcosa di decente. Voi aprite Spotify e sentitevi una bella canzone che sia in tema. Tipo Rehab di Amy Winehouse. Se siete così ipocriti da essere artisti ma da credere che l’arte nonostante sia appagante non debba essere pagata, allora usate pure il mio abbonamento. Le credenziali per accedere sono le seguenti:

username: LaDuchessa

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