Il Giovane Zampiero

 

-diversamente conosciuto come: ‘le cose semplici sono le più belle’- 

 

Prefazione 

Ne hanno scritte di avventure di giovani ai quali avevano sottratto la capoccia, e mi direte, sono anche diventate di cattivo gusto, un mero emblema dell’istituzione familiare che crolla.

Fatto sta, che il grande protagonista è appunto fuori dall’eta Holdeniana, fuori da qualsiasi suo schema temporale e ideologico. Tuttavia Zampiero, in qualche maniera, è un Holden, non perché qualcuno si possa davvero immedesimare in lui, in tutto e per tutto, non vi è nulla di empatico a livello puro, è morto il livello puro. Si condivide lo spaesamento di una mente geniale nell’era della genialità prostituita. Gloria alla genialità..drogata..? Ma no, gloria a Zampiero. Bene iniziamo..La sostanza in Zamp era insondabile – questa forse era anche la ragione del suo fascino- era come se ad egli, nel guardarsi, tutto sembrasse a tratti chiarissimo a tratti incomprensibile. . Il non-sapere ti porta a sperare che la fonte del dubbio abbia la risposta. Ti metti quelle quattro ossa davanti, lui ti diverte parecchio con le sue parole ciancicate, urli al mondo di esserti innamorata, urli a te stessa di essere innamorata, perché senti che quelle quattro ossa poggiano su qualcosa. Hanno qualche cosa che tu non possiedi e di cui hai disperatamente bisogno.

Fatte queste premesse prive di senso, andrò a intrufolarmi nella testa di quella creatura, per guardarla o per guarirla, chilossà.  Ora tocca capire se la via d’accesso, è la porta principale o quella di servizio. È tutto lì il gioco, come al solito, servo o padrone, Cari Miei.

Qualcosa sull’autrice.. 

La verità è che io ero troppo persa in me stessa per capirci qualcosa, ero assolutamente il nulla più assoluto ai miei occhi, eppure continuavo assiduamente ad essere qualcuno, per forza! Capisci? per forza! Non riuscivo a comprendere come io potessi esistere agli occhi di tutti quegli esseri viventi, che potevano avere anche la testa bacata, ma mi vedevano. Perfino per la mia cagnolina io ero, lei mi guardava, e mi sentiva, come un essenza vivente che non ti dico reggeva il mondo – non esageriamo con la mitomania alla quarta riga- ma cazzo mi percepiva! E come potevo io accettare tutto ciò davanti al mondo? Come potevo confessarlo al tribunale di me stessa?

Come posso in due parole accettare il mondo e la mia presenza su di questa affermando : io esisto. Sbocchi da prima pagina sono da me. Ma credo molto in noi. Siamo una grande generazione, così dicono. Ci crediamo poco noi.

E poi ridiamo, noi ridiamo come dei pazzi, a sentirci pazzi, a sentirci fuori, esclusi, morti, e troppo vivi, sputiamo sulle droghe e le rincorriamo, noi, e poi ci troviamo morti al telegiornale della sera. Io neanche lo guardo il telegiornale. Accendo la testa, spengo la carne. Buon Viaggio.

CAPITOLO PRIMO – La Genesi di Zampiero

Zampiero adorava lanciare le macchinine di sotto, le Hotwheels, le piazzava sullo stipite della finestra e, una volta presa la rincorsa, le osservava fluttuare nel cielo romano. Non vi era nulla che lo soddisfacesse di più. Aveva paghette da spendere, direte voi e con buone ragioni. Per quanto riguarda i suoi idoli infantili, vi era insieme ai calciatori una figura particolare che egli idolatrava e questo era Giulio Cesare. L’imperatore romano non aveva solo un bagaglio storico a renderlo grande ma uno psicologico che gli appariva terribilmente oscuro. Si sedeva a godere della luce domenicale e si prospettava seduto nel Colosseo. La stanza cambiava forma e diveniva immateriale. I cuscini e i mobili erano altri spettatori, il rumore della televisione nella stanza accanto sembrava dire: “Ave, Caesar, morituri te salutant!”.

Un bambino non si rende conto, ma comprende la profondità della morte.

Non la comprende nella sua quotidianità, nella noia del telegiornale o ad un grigio funerale di un parente mai visto. Ma la comprende, senza alcun dubbio, quando sente l’eco dei gladiatori tra le mura di una Roma diversa.

Alcune volte interrogava suon nonno su Giulio Cesare, il nonno ne parlava per ore e Zampiero era più che sicuro che Giulio Cesare e suo nonno fossero stati grandi amici al tempo, magari anche compagni di viaggio. Questo perché i bambini non comprendono la vecchiaia e neanche la Storia.

Un giorno il piccolo Zampiero era stato costretto dalla mamma ad andare a trovare un’amica di questa che stava poco bene. Innanzitutto egli non comprendeva cosa fosse questo male che le donne sempre si portavano dietro, quando le vedeva gli sembravano in perfetta salute, magari solo con gli occhi ciancicati, ma se solo si fossero truccate un po’ sarebbe tutto sparito. Alle donne bastava truccarsi ed ogni loro male spariva. Quando entrò in casa al seguito di sua mamma, l’ospite accorse a salutarli e poi con un’espressione sofferta gli sfregò la mano sui capelli. Cosa lo faceva a fare quel gesto – si chiedeva Zampiero – se la faceva così soffrire. Le due si misero a parlare a voce bassa bevendo del tè, bevanda che Zampiero disprezzava. Lui in compenso ebbe del latte col Nesquik e gli parve che infondo starsene lì non fosse poi così male.

Gironzolando per la casa con i piedi gelidi e le labbra ancora impregnate di cacao, iniziò ad esercitare le sue capacità di lettore, che a differenza dei suoi compagni di classe, stentavano a migliorare. Un libro era grande e nero e s’intitolava “GESTAPO” ed era accompagnato da un simbolo che pareva l’inizio di un labirinto incompiuto. Quel simbolo lo perseguiterà nei film a scuola, quando la maestra Sofia tenterà di fargli capire la Shoah con Benigni che grida che la vita è bella. Quel simbolo lo comprese davvero a vent’anni, quando viaggiava con sua sorella sugli altipiani indiani.

In India la svastica era il simbolo del Sole.

CAPITOLO SECONDO – Il Mio Amico Giovanni

Se credete nella crisi dei valori e volete ricercarne la causa (se esiste) nella nostra peninsula allora guardate le scuole medie. Esse sono l’apice del degrado amorale. Nessuno tuttavia lo sa fino infondo ne i suoi attori, ne le sue comparse, tantomeno il suo palco. La scuola media è l’indifferenza, cosa che, che siate Dante o no, concorderete con me che è un gran brutto male. L’indifferenza che pervade, ogni sua comparsa, per quei tre anni è a dir poco sconvolgente.

Lo scopo alle comparse sembra solo quello di sopravvivere, esse sono un purgatorio, le elementari un possibile inferno, il liceo un possibile paradiso.

Mentre le medie sicuramente un purgatorio. La possibilità delle altre due, sta nell’indole, e anche un po’ nel culo, che nella vita non fa mai male.

Se al purgatorio ti danno una sigaretta in mano, tu potresti senza alcun problema stringerla e fumarla, senza sapere come si fa, ma potresti farlo, con indolenza. Al purgatorio potresti colpire un ragazzino perché ti han detto che è diverso da te, e tu forse diverso lo scrivi con la zeta. Al purgatorio potresti essere un ragazzino gioioso che gioca alla xbox, e sei gioioso perché nessuno ti ha ancora detto che la playstation è molto meglio. La pace la raggiungi quando hai la fortuna di intraprendere la salita del purgatorio senza sapere, con una tonta indolenza. Sei in classe e non hai ancora guardato in faccia nessuno, ti limiti a startene sul bordo di una sedia scrostata. Ti chiami Zampiero, e non hai ancora capito se questo è il tuo nome vero o d’arte. Si siede accanto a te un ragazzino, capisci che sua madre gli lava i capelli con il sapone di Marsiglia.

Quell’odore non solo significa pulizia ma benessere. Marsiglia riceve cinque punti quando intravedi nel suo zaino semiaperto l’album delle figurine. Oltre che pulito è palesemente un grande. Quello che chiamavi Marsiglia, si chiamava in realtà Giovanni, ed era un gran tipo davvero, come te, ma spensierato fino in fondo, come se durante la notte gli avessero succhiato via il reparto dei pensieri negativi per darlo a qualche filosofo pessimistoide.

Tuttavia continuasti, o mio caro Zampiero, a chiamarlo Marsiglia per tutta la vostra amicizia, da quando vi occupavate delle colla delle figurine a quando leccavate quella delle cartine per le canne. Ai vostri occhi era la stessa identica cosa. Questo perché quando vivi un processo, lento e simbiotico non ti accorgi che il mondo implode ed esplode al tuo fianco, vedi solo i vostri piedi correre e sfrecciare fino a raccogliere ogni goccia di vita. L’ultima volta che si parlarono erano all’ultimo anno del Purgatorio, all’ultima cornice, insieme ai lussuriosi.

Solo lì Zampiero si accorse che il reparto dei pensieri negativi aveva preso il sopravvento su Marsiglia, lui diceva infatti: “ non mi diverte più, lo sai? quello che siamo intendo: lo trovo statico e colloso; vorrei che cambiassimo.

Sai.. fare qualcosa di diverso. Mi sembra che anche ora che ci fumiamo le canne sia davvero la stessa storia, la colla delle figurine o delle cartine, cosa cambia? Siamo sempre noi con queste due brutte facce, e io me la vorrei staccare a volte.

E la vorrei staccare pure a te quando mi guardi così impalato!”

L’amicizia si disciolse per prima, poi il volto di Zampiero si fece confuso e cupo nella sua confusione. Si mise a tirare calci poi, il suo amico profumato, alla balaustra a lui affiancata, con così tanta forza da far sembrare il suo piede incurvato e rotto intorno alla balaustra. “non ti capisco” ebbe il tempo di dirgli, che il suo amico già se n’era andato per non tornare più con tutto il suo profumo di benessere e la sua amicizia che aveva un giorno donato, un giorno privato.

Mentre gli guardava le spalle voltate, osservando l’ombra che lo seguiva guardò il suo naso aquilino pendere sull’asfalto. Allora si figurò di nuovo e per molte volte dopo quel giorno, il volto di quel ragazzino. Pensò a come sarebbe stato bello se lo si sarebbe potuto truccare a quel viso, così da cancellare tutti i suoi mali di dosso, come fanno le donne, di tanto in tanto.

CAPITOLO TERZO – Marco il Pusher 

Le indicazioni parlano di Castel Sant’angelo e San Pietro, Zamp è però seduto su di un tavolino da Franz, birra tedesca, una sigaretta lasciata da un vendi-rose che gli ha venduto un accendino e regalato una sigaretta.

Gloria ai vendi-rose! Sono quei momenti in cui cui capisci che l’immigrazione ha i suoi pro, forse non quelli che tanti si aspettano, pensava Zampiero, ma senza dubbio quando aspetti lo spaccino senza cellulare – ne te ne lui, perché cercate di vivere in ere che non vi appartengono – un vendi-rose che ti regala una sigaretta è un eroe sovra-nazionale. La birra è una Vice, almeno quella riscalda. Dovrebbe almeno, è l’unica spiegazione che era riuscito a dare alle inglesi mezze nude in in giro a Dicembre. L’alcol: quale magia legale Essa era per lo Stato una droga buona. Arriva una mezz’ora abbondante dopo, il portatore di droghe cattive nell’aspetto ma buone nella sostanza.

No, Zampiero non era uno della compagnia Amy Winehouse e nemmeno compagnia dello Zoo di Berlino, era più un alieno metropolitano che trovava i suoi modi di adattarsi. Zamp aveva scoperto l’erba insieme a Marsiglia, e gli pareva ora a pensarci una vita fa, aveva infilato gli ultimi anni dentro il comò di una casa in fiamme. Marsiglia aveva un fratello, che nonostante appartasse alla stessa famiglia non odorava di sapone marsiglia, ma era inodore. Lo so che sembra assurdo, ma esisteva davvero qualcuno al mondo che era l’anti-adore. E questo era Kap: – così soprannominato – un Dio del sesso e tutto ciò che fosse vanamente profondo. Tipo il progressive rock e le giornate di sole all’isola Tiberina.  Kap ritagliava le pagine gialle – si parla ancora di un mondo in cui le pagine gialle esistevano nella quotidianità degli uomini – e ci nascondeva dentro l’erba. Kap era però anche un animalista, ecologista e tutta quella roba lì che piace tanto a quelli che da piccoli staccavano la coda alle lucertole per vederla ricrescere. A Zamp non piacevano quei tipi, li chiamava i paradossi umani. Marco Il Pusher era un altro di questi: partecipava a riunioni di approfondimento sulla Trattativa Stato-Mafia e poi andava a raccattare gli etti da chissà quale immigrato con mezza famiglia uccisa da Mafia Capitale. I valori vanno tenuti alti finché le necessità del vivere non prevalgano, diceva lui.

Marco sembrava così convinto di quest’affermazione che Zamp provava rispetto per lui, tanto che ci divenne presto amico. Lui dopo poco smise di spacciare, e i due vissero un’amicizia che tese all’equilibrio per molti anni. La spensieratezza di Zamp- che aveva a sua volta acquisito da Marsiglia- contagiò Marco, che da “il pusher” venne soprannominato “il fratello”.

Nonostante la fratellanza acquisita, Zamp non seppe mai dove abitasse il suo amico, quando glielo chiedeva rispondeva “lontano” e, ricordandosene, dopo poco si dileguava a spalle basse. Una volta Zamp lo vide piangere, non ne capì mai il perché, nonostante lui insistesse a dire che era stato Thomas Mann a commuoverlo. Marco passava spesso la domenica a camminare per Monteverde Vecchio, e se le gambe reggevano si buttava a Santa Maria in Trastevere a guardare i turisti guardarlo spaesati. Zamp lo aveva incontrato lì mentre andava a comprare le tele dietro il Cinema America, senza ricordarsi che era Domenica e dunque rimase deluso da lì a poco quando se ne ricordò. Marco gli chiese di andare al giardino degli aranci a rubare le arance, perché quello era lo scopo di quel giardino, gli ricordava. Zamp era con la Honda special del ’79 di suo padre, fingendo di essere lui, con i suoi anni e i suoi tempi nel sangue, sfrecciarono sull’Aventino con il vento trai capelli. Tuttavia le guardie che da lì a poco li fermarono non apprezzavano il desiderio di ritorno in anni senza paternalismo. Così se li incularono di brutto -metaforicamente, per quelli che non capisco il romanismo-, Marco allora provò a ridar sfogo alle lacrime che si sentiva ancora nelle guance, sperando di addolcirli. Ma Marco il fratello era estremamente brutto quando piangeva, sembrava soffocare, in più le guardie vedendolo piangere pensarono fosse frocio e si incattivirono ancora di più ad immaginarsi una scappatella gay al giardino degli aranci. Si ritrovarono senza moto e con qualche punto in meno a scrivere poesie sui muri alle spalle del Circo Massimo. Una di queste poesie recitava:

“legalità che imperi,

quando mai ti ho eletto sovrana?

giustizia che condanni

quando mai mi son concessa

alla tua parole?

mondo che fremi,

smetti d’implodere:

io son qui per ricevere i tuoi detriti”

CAPITOLO QUARTO – La Pischella di Luca

Nel periodo estivo di quel penultimo anno di liceo, Zamp iniziò ad attuare la tecnica del Perdono. Specialmente nei confronti di quelli che di peccaminoso non avevano fatto proprio niente, ma che piuttosto erano stati vittime di dinamiche sociali di una crudeltà inimmaginabile. Al primo posto nella lista c’era ovviamente Marsiglia. Chiamò a casa, sapendo ancora il numero a memoria. Rispose lui, per una volta nella vita che stava a casa. Poche ora dopo erano di nuovo insieme dopo quattro anni di silenzio. Zamp e Marsiglia tornarono amici, ma non si guardavano più come prima, scherzavano su quello che era stata la loro gioventù, ma con pesantezza e rimpianto. Si divertivano a raccontare vecchie storie e avevano coniato un termine per il loro modo di fare insieme -che ancora persisteva-: Zampiglia. Quell’estate Zamp la passò a Roma, perché come capita spesso ai benestanti, la noia soffoca così tanto da far vivere la vita del sottoproletariato urbano: agosto in metropoli. Passò tutto quel tempo con il suo ritorno di fiamma, e gli pareva che tutto stesse tornando come prima.

La casa Marsiglia era una specie di centro di accoglienza per chiunque passasse da quelli parti e a Zamp piaceva essere tornato a far parte di quella comunità.

Tenere casa come un centro sociale è cosa abbastanza normale per coloro che possiedono ancora intatta la virtù dell’ospitalità. D’altronde agire diversamente possedendo un’attico nel centro storico è reato o quantomeno peccato. Dentro questa casa vi era spesso una ragazza, dell’età di Kap, che non si sa bene quale fosse, ma di certo si avvicinava agli occhi di Zamp al momento di scocco della libertà. Età del più fuori di casa che dentro casa, età del meglio il cibo di mamma che Lidl. Libertà sacrificata forse in nome della comodità.

Lei aveva un corpo snello e pulito, spesso accartocciato su se stesso quasi volesse farsi più piccolo, in momenti di spensieratezza in posizioni sbracate in conformità con l’invidia del pene. Il suo nome pare fosse Chloe’, forse questo era un nome falso, forse era il nome del profumo che usava, ma di certo era quello stampato sul suo documento con una foto che non le assomigliava. Di lei sapeva solo che era la pischella di un certo Luca, ma Luca non si sa ne chi fosse ne perché lasciasse sempre la sua pischella a casa d’altri. Ugualmente non si capiva bene cosa facesse lei in quella casa, gironzolava e mangiucchiava ad orari improbabili poi quando Zamp si fermava a cena dai Marsiglia, la vedeva chiudersi in camera, una camera non sua. Pensava allora che fosse la badante di qualche animale nascosto nei meandri della casa. La prima volta che ci parlò scoprì che Chloe’ possedeva in realtà una casa, ma le piaceva starsene a vivere in quelle degli altri, per vedere cosa fanno con il loro tempo, e copiarli magari, o starli a guardare. Si sentiva una spettatrice. E lo sarebbe stata con successo se solo non fosse stata così meravigliosa: una protagonista nata. Zamp se ne innamorò come si amano le star del cinema, le canzoni e le vacanze in mare aperto. Con leggerezza. Forse nell’unico modo in cui ci si può davvero innamorare, ma io di questo non so niente.

Lei lo osservava come si osservano i fringuelli che gironzolano nel nostro cielo, con dolcezza e invidia per la loro posizione di privilegio. Capisci d’essere invecchiata quando ciò che più apprezzi di quelli che si portano addosso meno anni di te è la loro capacità di essere straordinari come tu non sei mai stata alla loro età. Chloe’ non era mai stata una sciocca, neanche da adolescente, ma seguiva l’istinto come poteva fare un cane, il suo cervello sembrava non funzionare nei limiti della razionalità. Zamp era carne malleabile, ma mente razionale e salda. Chloe’ era carne inflessibile, mente gassosa. Era abbastanza sicura che le sue stesse turbe derivassero da qualche reazione chimica interna a lei. Imparò a dare forma alla sua mente e malleabilità alla sua carne quando smise di vedere Zamp con un fringuello in cielo e iniziò ad amarlo come uomo in un letto la domenica mattina.

Il ritorno di amicizia sembrava aver senso finché non sentì il profumo di quella ragazza, allora iniziò ad esistere solo lei. Roma diventava il palco ora di Amleto ora di Romeo. Il profumo di Marsiglia svanì con il vento d’autunno, ma Chloe’ era una fragranza oramai insita nella pelle del giovane Zampiero.

Iniziarono tempi diversi, di agonia e piacere. Di tempo infinito e staticità soffocante.

CAPITOLO QUINTO – Matteo er Mejo der Colosseo 

Chloe’ un giorno semplicemente sparì, e Zamp che già da tempo soffriva solo per l’intermittenza dell’amore di lei, pareva che già stesse pregustando l’abbandono tanto che non se ne rese conto, quando lei sparì, ma già piangeva e scriveva poesie. Gli pareva infatti che nessun poeta potesse capire il suo dolore, la sua assenza, la sua fallibilità difronte al mondo, così scriveva lui, per poi rispecchiarsi in ciò che aveva scritto, e godere. Lui era scrittore e lettore, vittima e cura, tutto da sé. Non capì mai perché Chloe’ semplicemente sparì, e non è che fosse morta capiamoci, la vedeva qualche volta sui gradini delle chiese fissare così intensamente il nulla da non notare d’esser guardata per minuti eterni dalla fonte dei baci più assidui e profondi che lei avesse mai ricevuto. Lui che ogni volta in mente le ripeteva i versi di Alda Merini per strapparle via la pelle dell’anima, vanamente ci provò.

Non è che le donne siano davvero incomprensibili forse sono davvero solo molto sciocche. E temono più di quanto si creda, sono impavide nel spalmare la marmellata sul pane ma non hanno poi coraggio di addentare. Una metafora da niente, come tutto questo racconto.

Nell’assenza Zamp si ritrovò a camminare per tanto di quel tempo da svegliarsi una mattina adulto, e si capisce d’essere adulti perché si prova consolazione nel passato. In quelle camminata venne interrotto da una figura strana, Matteo.

Matteo più che una persona ed un amico era un tappabuchi e, come tutti gli esseri fatti a questo modo, soffre piuttosto che vivere e ti tira addosso sorrisi che sembrano spasmi post-mortem. Zamp non se ne accorse mai, perché, nonostante l’assenza della sua fragranza Chloe’, aveva una voglia di vivere che non lo faceva render conto delle disgrazie delle persone accanto a lui.

E non si accorgeva di trattare questi tappabuchi come bisognosi morenti e di tirar fuori tutta la linfa da lui arduamente prodotta, pur di tenerli in vita, con un respiratore, come si fa con coloro che non vogliamo lasciar morire.

Gli amici tappabuchi sono quegli amici che ti fai senza accorgertene per tappare il Re Tempo, e sopprimerlo quando se la regna troppo. Non di certo in nome del Dio Amore, che non ha nulla a che fare, lui, con le noie umane.

I due divennero amici in una stazione, fumando sigarette entrambi con un solo accendino e un solo pacco di Golden Virginia verde. La crisi e i vizi che ci fan sentire più vicini.

ESODO – l’Apocalisse dello Zampierismo 

Lo Zampierismo terminò quel giorno in cui il nostro amabile protagonista si ritrovò addosso una pellaccia dura, un anello al dito e buoni amici con cui fare aperitivi al HausGarten.

Prima di tutto chiediamoci: che cos’è lo Zampierismo?

È un modo d’essere generazionale e allo stesso tempo innegabilmente unico, è un andare con la marea perché si vuole e non perché si deve, perché nella marea si ascolta buona musica e si fanno grandi feste. È menefreghismo positivo che non tenta battaglie col vento della crisi. Che non crede nella crisi perché ne è fiero esponente. È infatti vero che nella vita è più giusto impiegare il nostro tempo -universitario, lavorativo- verso qualcosa in cui crediamo piuttosto che in qualcosa che ci aggrada. Zamp credeva nell’eternità del ricordo familiare, credeva nel perpetuarsi di valori intimi e parole inventate. Questa era la fama a cui ispirava, l’altra fama -aveva letto su di un muro- era un mito inutile.

Quelli che alcuni definirebbero la-donna-della-sua-vita non aveva nulla a che fare con lui, col suo modo di vivere e con le sue serie preferite. Condivideva però lo stesso ideale di intima fama. Insieme, distrattamente, iniziarono un percorso, tirandosi l’un l’altro per stradine e viuzze di capitali europee, bevendo peroni alle spalle di chiese diroccate, leggendo poesie di amici pluri-laureati.

Un mattina all’alba, quando i bambini stranamente ancora dormivano nella camera accanto, si mise a contemplare la luce che filtrava dalle persiane, la luce che illuminava i polpacci del suo amore, quella luce rifletteva la scritta lucida di un libro sulle mensole della parete adiacente. Era quel libro di suo nonno, che si intitolava Gestapo, con la svastica argentea incisa sopra, era un libro grande di quelli che si usano per tenere gli altri fermi.

La svastica era il sole ed sembrava talvolta l’inizio di un labirinto incompiuto.

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